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articolo sull'assemblea "Difendere il lavoro ed i diritti per rilanciare lo sviluppo"
Scritto da dario   
Lunedì 06 Dicembre 2010 20:50

Riportiamo l'articolo pubblicato su www.cesaneremo.com sull'incontro da noi organizzato il 17 novembre scorso. 

"Noi la crisi non la paghiamo”. Questo lo slogan che dalle contestazioni del mondo universitario dell’autunno 2008 si sente intonare nelle manifestazioni di lavoratori e studenti. L’incontro organizzato dalla  Federazione della Sinistra e svoltosi mercoledì 17 novembre presso la Sala Ilaria Alpi con il funzionario CGILLeo Ceglia, ne ha chiarito il significato: da circa un ventennio il ruolo dei mercati finanziari sta (o forse meglio stava) diventando preponderante rispetto al ruolo dell’economia reale. Si pensi ai cd derivati, ossia strumenti finanziari il cui valore dipende da altre attività finanziarie sottostanti: si capisce quindi come sempre più il mondo dell’economia finanziaria e quindi virtuale abbia creato giri d’affari enormi e ricchezza “nominale”, aumentando in modo esponenziale un valore reale nettamente inferiore.

Sofisticando a tal punto il circuito economico da renderlo, complici anche azzardatissimi giochi speculativi, assai fragile. Le falle di tale sistema si sono mostrate in tutta la loro evidenza con la crisi dei mutui subprime del 2007 e da lì a ruota libera con la crisi di tutto il sistema bancario, che ha bruciato somme impressionanti di denaro, e in ultimo con la crisi totale dell'economia. Per evitare il collasso del sistema del credito, evento dalle conseguenze apocalittiche per tutti, i Governi, cioè la finanza pubblica, cioè i contribuenti, cioè noi, hanno elargito laute somme aumentando così il deficit e di conseguenza il debito nazionale.

Considerati i debiti contratti per attuare le misure d'emergenza "salva banche",le risorse prima per la cassa integrazione e per tutti gli ammortizzatori sociali per chi ha perso in questo biennio il lavoro e poi quelli per gli investimenti nelle imprese e nei settori pubblici, altrettanti creatori di posti di lavoro, sono venuti a diminuire: e a tagliare in questi settori con un machete affilato il Governo non ha esitato, lasciando invece inalterati i fondi stanziati, ad esempio, per le spese militari. 

In questo contesto di crisi economica, il mondo del lavoro, già indebolito sotto il profilo delle tutele offerte al lavoratore dal Pacchetto Treu e dal Dlgs 276/2003 (chiamiamola pure legge Biagi, ma ricordiamo che il suo assassinio non rende in automatico giusta la riforma ideata), rischia di regredire fino a tornare a scenari dell'ante-Statuto dei lavoratori. In una situazione così critica la patata bollente spetta in primis al sindacato. In primo luogo lo stesso relatore Leo Ceglia evidenzia come il sindacato sia costretto in questa situazione a combattere "battaglie di resistenza", ossia volte a non perdere le tutele conquistate nei decenni passati così da non uscire dalla crisi spogliati di ogni diritto, e non sia invece in grado di condurre nuove battaglie, finalizzate ad estendere l'ambito delle tutele già esistenti o crearne di nuove ed ulteriori. Ciò, oltre che per le ristrettezze economiche del periodo, per la mancanza di una forza politica che faccia da sponda a tali istanze: non un partito referente, ma un partito che si dimostri realmente sensibile alle tematiche del lavoro. Il PD, a causa dei tentennamenti e delle diverse anime che lo animano, non è riuscito ad assolvere tale compito. SEL e la Federazione della Sinistra sono extraparlamentari e non possono perciò portare avanti progetti di legge in modo più efficace di quanto potrebbe fare lo stesso sindacato. 

In diversi, buttando un occhio oltre confine alla situazione economica globale, hanno riflettuto sulle conseguenze nel mondo del lavoro italiano dell'ascesa delle nuove economie emergenti soprattutto nel settore manifatturiero, storico punto di forza dell'industria italiana. Alcuni hanno osservato che la concorrenza praticata da Cina, Brasile, India, Russia è imbattibile,proprio perché è vincente sul versante del costo del lavoro: dovremo quindi puntare sul settore del know-how, ossia della progettazione e realizzazione di scoperte e migliorie scientifico-tecnologiche, per non essere costretti ad ingaggiare invece un' estenuante sfida al ribasso su stipendi, tutele e garanzie del lavoro (fenomeno del dumping sociale). Per fare questo è necessario, contrariamente alla tradizione industriale italiana, puntare e rafforzare la grande impresa, l'unica in grado di compiere investimenti " di svolta". Altri invece hanno acutamente fatto notare che questa è sì una misura necessaria, ma non sufficiente: è urgente ridurre se non eliminare i presupposti di un possibile dumping sociale grazie ad una prospettiva internazionale del sindacato da concretizzarsi anche per mezzo di collaborazioni tra le diverse organizzazioni nazionali. Sia per filantropia, sia per realismo. 

E' stato poi toccato il punto più discusso dai media negli ultimi mesi: l'unità sindacale. Chi si rammaricava della rottura che si è consumata definitivamente nell'ultimo biennio,CGIL più intransigente, CISL e UIL più "comprensive" verso Confindustria. Chi la condivideva e ne dava un'esauriente e al contempo semplice spiegazione. L'assunto teorico posto alla base di un atteggiamento sindacale più soft è quello della non-demonizzazione della controparte contrattuale e soprattutto dell'affidamento sulla sua umanità. 

Tutto ciò, seppur condivisibile in un primo momento, non funziona: a dimostrarlo non è tanto la prassi, o meglio non solo. Sono le scelte di politica delle relazioni industriali poste alla base di tutta la legislazione di diritto del lavoro a sconfessare quest'ottica: il diritto in generale ha la propria legittimazione , a ben vedere, nella disumanità, nella sopraffazione. Interviene per eliminarle o per prevenirle. E così anche il diritto del lavoro: esso pone un limite alla libera contrattazione tra datore di lavoro e lavoratore o le rispettive organizzazioni sindacali di rappresentanza. Lo fa perché una perfetta contrattazione può avvenire solo in condizioni di perfetta parità economica e sociale delle parti contraenti. Ma questo non è certo il caso del contratto di lavoro. 

Sia per queste argomentazioni, sia per il contesto storico di crisi economica, in cui com'è normale aumenta la forza contrattuale dei datori di lavoro e il momento è propizio per proposte "indecenti", diventa indispensabile un atteggiamento forte e fiero del sindacato per non perdere tutto: ricordiamocelo sono battaglie di resistenza quelle che il sindacato sta combattendo.Insomma, per tornare alla saggezza popolare degli slogan delle manifestazioni "non un passo indietro, neanche per prendere la rincorsa".

di Deborah De Stefani

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Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Dicembre 2010 21:27
 

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